Nel 2026, si concluderanno il censimento e il monitoraggio degli sfagni della Provincia di Cuneo, effettuato per la prima volta in assoluto.
Nelle aree più umide e silenziose del territorio cuneese, lontano dai sentieri più battuti, vive un gruppo di piante tanto discrete quanto fondamentali per l’equilibrio del pianeta: gli sfagni. Sebbene, a un occhio inesperto, possano sembrare semplici tappeti di muschio, gli sfagni (genere Sphagnum) sono in realtà organismi complessi con una storia biologica straordinaria e un ruolo ecologico insostituibile.
Gli sfagni appartengono al vasto gruppo delle Briofite, piante meglio conosciute con il nome di muschi. Si distinguono per la dominanza del gametofito, ovvero la parte verde visibile, rispetto allo sporofito, la capsula che contiene le spore. All’interno di questo gruppo, gli sfagni sono considerati muschi del tutto originali. A differenza della maggior parte delle piante che conosciamo, essi non possiedono radici e presentano una struttura cellulare unica nel regno vegetale.
Il loro corpo è composto da due tipi di cellule specializzate: i clorocisti, cellule vive e verdi responsabili della fotosintesi, e gli ialocisti, cellule trasparenti, ormai morte, che fungono da veri e propri serbatoi d’acqua. Questa particolare conformazione permette allo sfagno di trattenere enormi quantità di liquidi, fino a venti volte il suo peso secco, rendendolo una spugna naturale capace di sopravvivere in ambienti estremi.
La caratteristica più celebre degli sfagni è la loro capacità di edificare le torbiere. Questi ambienti sono ecosistemi unici dove la materia organica, a causa dell’acidità e della mancanza di ossigeno, non si decompone completamente, trasformandosi in torba. Si stima che gli sfagni costituiscano il serbatoio di carbonio più importante del regno vegetale sulla superficie terrestre, giocando un ruolo cruciale nella regolazione del clima globale.
Oltre a stoccare carbonio, queste piante sono “ingegneri chimici”: gli sfagni hanno la straordinaria capacità di acidificare l’ambiente in cui vivono. Attraverso uno scambio ionico, assorbono nutrienti (cationi) e rilasciano protoni, abbassando il pH dell’acqua circostante. Questo processo favorisce la loro stessa crescita a discapito di altre specie, creando un habitat selettivo dove solo piante specializzate possono sopravvivere.
Osservando uno sfagno da vicino, si nota una struttura affascinante. La parte superiore, chiamata capitulum, appare come un piccolo bocciolo compatto che, visto dall’alto, a taluni ricorda l’occhio di un insetto per la moltitudine di foglioline intrecciate, ad altri rammenta una piccola stella: non a caso gli sfagni sono definiti anche gli astri delle paludi.
La riproduzione degli sfagni è un fenomeno biologico complesso basato sull’alternanza di generazioni. Tutto inizia da una minuscola spora che germina producendo un filamento verde chiamato protonema. Da questo si sviluppa il gametofito, la pianta adulta che produce gameti maschili e femminili. Dopo la fecondazione, nasce lo sporofito, una piccola capsula scura. Quando la capsula è matura, la pressione interna aumenta fino a far saltare un piccolo coperchio (opercolo), liberando le spore nell’aria per ricominciare il ciclo. Da un piccolo apparato vegetativo di 1,5 cm, qual è lo sporofito, le spore possono essere “sparate” fino ad 1,5 m di distanza; questo sorprendente fenomeno balistico è stato studiato approfonditamente dagli ingegneri dell’Agenzia Spaziale Europea, allo scopo di creare degli strumenti tecnologici che ne riproducano gli effetti, ai fini della colonizzazione su Marte. Oltre alla riproduzione tramite spore, gli sfagni possiedono una straordinaria capacità di moltiplicazione vegetativa: quasi ogni parte della pianta può rigenerarsi, permettendo loro di colonizzare rapidamente nuove aree. Però, siccità, incendi o asportazioni accidentali possono provocare danni irreversibili: pochi giorni senz’acqua compromettono la vitalità di queste tenaci piantine.
Sulle Terra, gli sfagni sono diffusi principalmente nella fascia circumpolare dell’emisfero settentrionale. Delle 51 specie presenti in Europa, 31 sono attualmente segnalate sul territorio italiano. Nel contesto della Provincia di Cuneo, la presenza di ben 27 specie conferma la straordinaria ricchezza in biodiversità delle montagne cuneesi. Le entità rilevate hanno spesso nomi curiosi, come: sfagno pom-poms, sfagno a sella di bici, sfagno camaleonte, sfagno testa di spillo, ecc.; sono definizioni divertenti, date dagli scienziati (gli sfagnologi), per alleggerire la materia, ma anche per evidenziare, ai profani, i caratteri morfologici più utili all’identificazione delle varie specie.
L’importanza dello sfagno per l’uomo ha radici antiche. Le popolazioni indigene, dai Lisu in Cina ai nativi americani, lo hanno utilizzato per secoli. In Cina, le donne Lisu raccolgono specifiche specie di sfagno nelle paludi d’alta quota per preparare tonici per il cuore. In Canada, le tribù Nitinaht lo usavano come disinfettante. Però, il suo utilizzo più celebre risale alla Prima Guerra Mondiale. A causa della carenza di cotone, gli eserciti britannico, canadese e americano iniziarono a produrre massicciamente bende di sfagno per i feriti. Queste medicazioni si rivelarono superiori a quelle in cotone: non solo assorbivano i liquidi più velocemente e in quantità maggiore, ma grazie alle proprietà antisettiche naturali del muschio (dovute all’acidità e a particolari composti fenolici), le ferite guarivano meglio e con meno infezioni. Ancora oggi, derivati dello sfagno sono utilizzati in saponi e prodotti per curare affezioni cutanee come l’eczema, l’acne e persino morsi di insetti. In passato, l’estrazione industriale della torba, principalmente per l’impiego nella floro-vivaistica, ha causato la distruzione di molti complessi torbosi. Oggi, la conservazione degli sfagni è considerata una priorità ambientale. Proteggere queste piante significa preservare la biodiversità, proteggere le riserve d’acqua dolce e mantenere attivi i siti di sequestro del carbonio.
Il censimento appena effettuato in Provincia di Cuneo ha riconfermato il numero di specie già segnalate in passato, 27, ma ha anche messo in evidenza che solo lo 0,27% dei siti di sfagni sono in buono stato di conservazione, mentre il 15% lo è in moderato, il 58% in cattivo stato di conservazione e il 26% sono scomparsi.
Bruno Gallino


































