Il 15 gennaio, a Rivalta di Torino, una sala colma ha restituito un’immagine che raramente trova spazio nei resoconti ufficiali delle grandi infrastrutture: una comunità che lotta da 30 anni perchè il territorio non venga rovinato dalla galleria del TAV Torino-Lione.
L’assemblea di Rivalta non è stata soltanto un incontro informativo, ora che è stato ufficializzato il progetto della tratta Avigliana-Orbassano, né l’ennesima manifestazione di dissenso locale: è stata la presa d’atto collettiva che un progetto infrastrutturale rilevante sta avanzando senza aver davvero attraversato il vaglio della conoscenza pubblica, del confronto democratico e della valutazione critica delle alternative.
Per una comunità già consapevole delle implicazioni ambientali, sociali e sanitarie delle grandi trasformazioni territoriali, quell’assemblea ha rappresentato un passaggio decisivo: la trasformazione di un’inquietudine diffusa in una mobilitazione informata, capace di interrogare non solo l’opera in sé, ma il modello di sviluppo che la sostiene.
Un progetto che procede senza consenso informato
La tratta del TAV Torino-Lione tra Avigliana e Orbassano viene presentata come un tassello tecnico di un più ampio sistema di trasporto merci. Ma questa definizione, apparentemente neutra, tende a occultare la realtà materiale dell’intervento: una infrastruttura di oltre venti chilometri, con gallerie profonde nella collina morenica, cantieri estesi, movimentazione di enormi volumi di materiale, espropri e trasformazioni permanenti del paesaggio.
Il progetto definitivo è stato depositato all’inizio di dicembre, avviando una procedura autorizzativa scandita da tempi serrati. Migliaia di elaborati tecnici sono stati trasmessi agli enti locali in una finestra temporale che rende ardua qualsiasi analisi approfondita, mentre l’accesso effettivo ai documenti da parte della cittadinanza resta limitato. Non si tratta di una semplice inefficienza amministrativa: è una modalità ricorrente di governo delle infrastrutture, in cui la partecipazione viene ridotta a un passaggio formale, privo di reale capacità di incidere sulle decisioni.
L’assemblea ha reso evidente questo scarto: da un lato un progetto che avanza secondo un calendario già definito, dall’altro una popolazione chiamata a pronunciarsi quando le scelte fondamentali sono state di fatto assunte. È in questo scarto che nasce il conflitto.
La scala degli impatti: oltre la linea, il sistema territoriale
Uno degli elementi più rilevanti emersi riguarda la natura sistemica degli impatti. L’attraversamento sotterraneo della collina morenica non è un dettaglio tecnico, ma il cuore problematico dell’opera. Si tratta di un contesto geologico complesso, caratterizzato da materiali eterogenei e da equilibri idrici delicati. Interventi di scavo di grande portata in un simile ambiente comportano rischi concreti per le falde, per la stabilità dei suoli e per la sicurezza degli insediamenti sovrastanti.
A questo si sommano cantieri a cielo aperto di lunga durata, consumo di suolo, incremento del traffico pesante sulla viabilità locale, accumuli di terre e rocce che possono alterare in modo permanente assetti idraulici e paesaggistici. L’opera non si limita a “passare” sul territorio: lo riorganizza, lo frammenta, ne modifica le condizioni di abitabilità.
L’assemblea ha mostrato con chiarezza come questi effetti non siano episodi isolati, ma parti di una trasformazione complessiva che investe ambiente, salute, relazioni sociali e prospettive economiche locali. È su questa scala che l’opera va giudicata.
Utilità e priorità: una domanda non eludibile
Di fronte a impatti tanto estesi, la questione dell’utilità non può essere liquidata come pregiudiziale. I dati disponibili indicano che la rete ferroviaria esistente dispone di ampi margini di capacità inutilizzata. Le previsioni di crescita del traffico merci, spesso richiamate per giustificare nuovi tracciati, appaiono fragili se confrontate con le tendenze economiche e logistiche reali. Al tempo stesso, il trasporto pubblico regionale soffre carenze croniche: linee sottodimensionate, materiale rotabile obsoleto, manutenzione insufficiente. In territori segnati da elevati livelli di inquinamento atmosferico, la scelta di destinare ingenti risorse a una nuova infrastruttura merci solleva una questione di priorità pubbliche. Ogni euro investito in un’opera di questo tipo è un euro sottratto a interventi immediatamente utili per la riduzione delle emissioni, la sicurezza del territorio, la qualità della vita quotidiana. L’assemblea ha riportato il dibattito su un terreno razionale: non se essere “a favore” o “contro” lo sviluppo, ma quale sviluppo sia oggi coerente con le conoscenze scientifiche e con l’urgenza climatica.
Salute, precauzione e responsabilità pubblica
Un altro nodo emerso con forza riguarda la salute. Cantieri prolungati nel tempo, rumore, polveri, stress ambientale e possibili contaminazioni non possono essere considerati effetti collaterali secondari. In contesti densamente abitati, la valutazione degli impatti sanitari dovrebbe essere centrale e preventiva, non un’aggiunta tardiva. L’assenza o l’insufficienza di analisi approfondite in questo ambito mette in discussione il rispetto del principio di precauzione, uno dei cardini delle politiche ambientali europee. Difenderlo non significa arrestare ogni trasformazione, ma assumere fino in fondo la responsabilità pubblica delle scelte, riconoscendo che i costi sanitari e sociali non sono esternalità accettabili.
Il conflitto come spazio di conoscenza
Ciò che l’assemblea del 15 gennaio racconta, in ultima analisi, è che il conflitto non nasce dall’ignoranza o dal rifiuto aprioristico, ma dalla conoscenza. Le esperienze di altri territori interessati da grandi cantieri mostrano una dinamica ricorrente: benefici promessi e differiti nel tempo, costi immediati e concentrati, fratture sociali difficili da ricomporre. Ma mostrano anche che una mobilitazione informata può incidere, rallentare processi presentati come inevitabili, aprire spazi di ripensamento. In questo senso, il conflitto non è un incidente di percorso, ma uno strumento di democrazia sostanziale. Costringe a rendere esplicite le scelte, a confrontare dati e alternative, a misurare la distanza tra retorica infrastrutturale e realtà dei luoghi.
Quali alternative, quale futuro
La domanda che attraversa l’assemblea va oltre la singola tratta ferroviaria: ha a che fare con la direzione complessiva delle politiche pubbliche. In un’epoca segnata dalla crisi climatica, dalla scarsità di risorse e dall’urgenza di ridurre le disuguaglianze ambientali, continuare a riproporre grandi opere concepite in un altro tempo appare sempre più come un riflesso ideologico. Le alternative esistono e non sono utopiche: potenziamento delle infrastrutture esistenti, investimenti nel trasporto pubblico locale, manutenzione del territorio, riduzione delle pressioni ambientali. Scelte meno visibili, forse, ma più coerenti con l’interesse collettivo e con una visione di lungo periodo.
Una responsabilità che riguarda tutti
L’assemblea di Rivalta ci dice che la tratta del TAV Avigliana-Orbassano non è un destino già scritto. Rivela un’opera ancora fragile sul piano del consenso, un conflitto che nasce dalla richiesta di trasparenza e una comunità che chiede di essere parte attiva delle decisioni che la riguardano. Opporsi a questa linea non significa difendere l’esistente per paura del cambiamento. Significa rivendicare il diritto a scegliere trasformazioni che migliorino davvero la qualità della vita, che rispettino i limiti ecologici e che distribuiscano equamente costi e benefici. È una scelta politica nel senso più alto del termine: una scelta di responsabilità collettiva, che interroga il presente ma parla soprattutto del futuro che intendiamo costruire.
Luca Graziano


































