Nulla di fatto alla COP30 sul clima a Belem – Solo l’agricoltura si salva

La conferenza delle Nazioni Unite sul clima del 2025 (COP30) si è tenuta a Belém, Brasile, dal 10 al 21 novembre. L’evento doveva essere cruciale perché a dieci anni dagli accordi di Parigi, non attuati, in cui si doveva arginare l’aumento climatico non superando a fine secolo gli 1,5°C, si sperava che finalmente i governi di tutto il mondo prendessero una posizione seria e definitiva. Invece, nulla di fatto per l’opposizione dell’amministrazione Trump, che considera il cambiamento climatico una bufala, la non uniformità di posizioni dei paesi europei (l’Ungheria di Orbàn la pensa come Trump), e le incertezze dei paesi in via di sviluppo che temono recessioni economiche nei loro Stati, già in grave crisi.

Per di più l’opinione pubblica e i media se ne sono completamente dimenticati. Durante i 12 giorni di lavoro si sarebbe dovuto parlare in continuazione di ciò che si muoveva a Belém, perché i problemi ambientali e la crisi climatica riguardano tutti e da loro dipende il nostro futuro; invece, totale indifferenza. Trump e i ricchi del mondo non vedono di buon occhio la transizione energetica perché temono una diminuzione dei loro introiti e credono di essere immuni, grazie ai soldi, ai disastri ambientali. Per questo il termine “fossile” è sparito dalla relazione finale. Si parla genericamente di continuare nella ricerca di tecnologie rinnovabili a basso costo e si invitano gli Stati, su base volontaria, a cercare strategie per ridurre l’aumento termico. Quindi non c’è nessun obbligo ad abbandonare carbone, petrolio e gas, né è stata proposta una data per passare totalmente al rinnovabile.

La cosa tragica è che nei confronti dei cambiamenti climatici non viene portata avanti nessuna prevenzione, ma si invita la popolazione a cercare di adattarsi, come fosse un evento ineluttabile per il quale non possiamo fare nulla. Per le strategie di adattamento sono stati anche stanziati tanti soldi. Se questa scelta è stata operata in buona fede, vuol dire che i presenti a Belém sono convinti che nei confronti dell’aumento termico non ci sia più nulla da fare. Le strategie di adattamento riguardano tutti i settori, dai trasporti, alle case, alla sanità, all’agricoltura.

C’è stato, da parte di tecnici e scienziati, un tentativo di far approvare, come obiettivo prioritario, il raggiungimento entro dieci anni di zero emissioni di anidride carbonica e assorbimento di quella in eccesso tramite rimboschimenti e tecnologie adeguate. Nulla da fare. Nel rapporto finale si parla sempre del limite massimo di aumento termico di 1,5°C, ma senza indicare come fare; ognuno fa quello che vuole.

Risultati positivi sono stati: l’aumento (almeno sulla carta) degli aiuti ai paesi in via di sviluppo per combattere l’incremento climatico, valutati in 300 milioni di dollari all’anno fino al 2035, e una “transizione ecologica equa” che punta sul raggiungimento della sicurezza sociale, del lavoro dignitoso e sulla riduzione delle diseguaglianze.

Per quanto riguarda le comunità indigene, che chiedevano una maggiore attenzione nei loro confronti, ben poco è stato deciso.

Sulla carta è stato scritto che entro il 2030 bisogna triplicare le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, ma non c’è nessun obbligo a farlo. Intanto si continuano ad usare i combustibili fossili.

Uno dei punti più importanti riguardava la salvaguardia delle foreste e uno stop alla deforestazione entro il 2030. Anche su questo non si è presa nessuna decisione concreta. Si è parlato di creare un fondo per le foreste tropicali, ma, salvo Brasile, Germania, Norvegia e Francia che già l’hanno creato a sostegno della foresta amazzonica, nessuna decisione in merito è stata presa.

A Belém, però, per la prima volta l’agricoltura ha giocato un ruolo importante e gli unici risultati sono in questo campo, perché di fronte ai dati tragici presentati dalla FAO che ha comunicato che circa 1,7 miliardi di persone vivono in aree in cui la resa dei raccolti sta diminuendo a causa del degrado del suolo causato dall’uomo e ha parlato di perdite pari a 3.260 miliardi di dollari negli ultimi 33 anni, il cibo e il suolo diventano il centro di ogni strategia. Si è capito (e ribadito) che la salute del suolo è fondamentale e che il degrado che ormai colpisce più del 30% delle terre coltivate va assolutamente interrotto. Per questo sono stati decisi interventi di monitoraggio e rigenerazione del suolo.

Significativi sono stati i contributi dei paesi in via di sviluppo di Africa, Asia e America latina che intendono mettere al primo posto delle strategie di sviluppo nazionali proprio l’agroecologia con lo scopo di combattere il riscaldamento globale e abbattere le emissioni climalteranti. Per raggiungere questi risultati bisogna ritornare alla piccola agricoltura familiare, che risulta sempre di più un modo sostenibile per fare agricoltura. Ovviamente occorre avere a disposizione energia rinnovabile, che si può ottenere con pompe solari, con reti elettriche intelligenti, con altri sistemi da studiare e progettare.

La COP30 ha anche istituito un “canale permanente di consultazione” tra le comunità indigene con obiettivo l’agricoltura sostenibile e la sicurezza alimentare. È l’unico settore in cui le popolazioni indigene hanno potuto ottenere qualche cosa.

Non dimentichiamo che l’agricoltura è responsabile di circa un terzo delle emissioni climalteranti globali, per cui per trasformare il settore e renderlo più compatibile occorrono regole chiare, trasparenza e, soprattutto, il coinvolgimento dei piccoli produttori.

In conclusione è la prima volta che l’agricoltura entra nelle strategie globali, perché suolo, agroecologia, agricoltura familiare e comunità indigene diventano fondamentali per cercare di arginare le variazioni climatiche. Sembra si sia finalmente capito che il futuro dell’agricoltura e della nostra sopravvivenza non dipende da un solo modello produttivo, quello portato avanti in tutti questi anni, ma dalla capacità di mettere a confronto economie, territori e persone che la terra la vivono ogni giorno.

Nonostante questi aspetti positivi in agricoltura, i risultati della COP30 sono decisamente negativi, soprattutto perché nel documento finale manca un riferimento esplicito alle fonti fossili, proprio il punto su cui si gioca il nostro futuro.

Domenico Sanino

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