I dati demografici degli ultimi decenni segnalano un progressivo e continuo spopolamento delle nostre montagne con un andamento che pare inarrestabile. La montagna è sempre più emarginata e trascurata. Negli ultimi quarant’anni si calcola che almeno 1,3 milioni di ettari di terreno siano stati abbandonati e le imprese agricole sono sensibilmente diminuite.
L’abbandono dei terreni di montagna ed il ritorno ad una certa naturalità non è visto di buon occhio neppure dagli ambientalisti, perché con l’estinguersi dei prati da sfalcio, spariscono centinaia di specie di fiori ed erbe che solo con il continuo e ripetuto taglio possono sopravvivere. Diversamente le specie più forti prendono il sopravvento, eliminandole inesorabilmente. Ed addio alla biodiversità.
Dobbiamo, quindi, uscire dalla logica della produttività fine a sé stessa, dello sfruttamento indiscriminato della natura, per recuperare le nostre antiche radici. Salvare l’agricoltura di montagna significa innanzi tutto salvare una cultura, una tradizione, anzi, una civiltà.
La globalizzazione, anche in agricoltura, ha portato alla scomparsa di molte varietà tipiche delle zone di montagna, perché meno redditizie o non “proprietà” di qualche multinazionale che gestisce i mercati. Pensare che molte vecchie varietà sono sparite dalla faccia della Terra a causa unicamente della loro scarsa produttività e per la rozzezza del consumatore che si lascia incantare dalle dimensioni e dai colori, è semplicemente demenziale.
Stesso discorso va fatto per gli animali. Quante sono le razze zootecniche in via di estinzione? L’asino dell’Amiata o il suino moro romagnolo o il cappone cuneese o le centinaia di altri umili e derelitti esemplari che hanno accompagnato l’uomo nei secoli della sua storia, rappresentano un vero e proprio patrimonio dell’umanità degno di ogni sforzo per la sua conservazione come fosse un camoscio d’Abruzzo o un orso marsicano o un pino loricato del Pollino o un’opera d’arte frutto del genio umano.
Riusciremo in questa difficile fase storica caratterizzata da guerre e medievali imposizioni daziali a ridare dignità all’agricoltura, in particolare a quella di montagna? Sono convinto che ciò sarà possibile solo se sapremo mettere in pratica tre principi: quello della “responsabilità”, per cui non tutto ciò che si può fare deve essere fatto; quello della “precauzione”, che consiste nel non immettere sul mercato prodotti potenzialmente pericolosi per la salute umana, e quello del “rispetto”, ricordandosi che ogni essere vivente (anche il più umile) ha una sua dignità ed un suo ruolo nel ciclo della vita.
Le soluzioni proposte per arginare lo spopolamento della montagna puntano sull’incentivazione del turismo e sull’incremento delle attività industriali ed artigianali. Nessuno, o quasi, parla di agricoltura e di conservazione del suolo.
Eppure, il futuro della montagna si gioca proprio in questo settore, come dimostrano tante piccole realtà. Nel comune di Sale San Giovanni nel Cebano (CN) da parecchi anni è stata avviata una fiorente produzione di lavanda e di piante officinali coltivate con il metodo dell’agricoltura biologica che non solo ha trasformato un territorio povero ed abbandonato in un piacevolissimo ambiente, paesaggisticamente attraente, ma ha anche visto aumentare il numero delle famiglie che hanno scelto Sale San Giovanni per abitare e lavorare.
Si continua a ripetere che l’agricoltura di montagna presenta svantaggi non indifferenti rispetto a quella di pianura: climatici, topografici e geomorfologici. Tutto ciò è vero, ma se si guarda la realtà attuale, si scopre una incredibile varietà di produzioni, che vanno dalle coltivazioni ortofrutticole e vinicole, ai pascoli per l’allevamento di animali da latte e da carne.
Per competere con gli altri paesi europei occorre puntare sulla qualità, perché sono concorrenziali solo i prodotti che dimostrano una particolare qualità e che si differenziano come specialità rispetto all’offerta europea e mondiale. A questo, punta l’agricoltura biodinamica che non conosce crisi e che sta offrendo ottime prospettive di reddito a chi l’ha adottata. L’agricoltura biodinamica è un metodo di coltivazione che si basa su una visione olistica dell’agricoltura, considerando la terra, le piante, gli animali e l’ambiente come un unico organismo vivente, interconnesso. La visione olistica va oltre la semplice produzione di cibo, perché include la salute del suolo, il benessere degli animali, la sostenibilità ambientale e il coinvolgimento delle comunità locali. In quest’ottica l’agricoltura biodinamica si differenzia da quella biologica per l’adozione di pratiche specifiche, come l’uso di preparati biodinamici e il rispetto dei ritmi della natura, inclusi i cicli lunari. L’azienda agricola viene considerata come un organismo vivente, un sistema complesso in cui ogni elemento (suolo, piante, animali, uomo) è interconnesso e interagisce con gli altri.
Non basta però la qualità del cibo. Per garantire la sopravvivenza dell’agricoltura di montagna, anzi la sua espansione, occorre che le produzioni agricole trovino in loco la possibilità di essere trasformate e che la loro commercializzazione si svolga in ambiti relativamente ristretti, a livello regionale o poco più. In questo modo, oltre a ridurre i trasporti sempre più impattanti sull’arco alpino, i prodotti locali potranno diventare un forte richiamo turistico e contribuire alla salvaguardia delle economie montane.
Domenico Sanino


































